domenica 24 ottobre 2010

L'infanzia – Loretta Lux

Questa volta scrivo una recensione “cotta e mangiata”. Si tratta infatti di una mostra che ho visitato due Loretta Lux 05_smgiorni fa: Loretta Lux, alla Galleria Carla Sozzani, Milano.

Ritratti molto particolari, indubbiamente. Il suo stile fotografico è surreale, nella misura in cui immortala bambini somaticamente perfetti, li scontorna ed inserisce in sfondi fotografici o pittorici preparati con cura, talvolta ne altera le proporzioni di qualche pixel e il risultato è una galleria di ritratti immaginari, simboli di una fantasia che ha idealizzato l’infanzia come un paradiso perduto nel quale è impossibile tornare. Ci piace pensare che i bambini siano innocenti, e lo sono, ma non così avulsi da sentimenti quali la malizia, la crudeltà, il sadismo. Un po' come i protagonisti delle favole dei fratelli Grimm, che nascondevano sotto i loro grandi e adorabili occhioni quellaloretta_lux_2 sottile “perversione” che fa parte di ogni essere umano da quando nasce. 

Quello che mi ha colpito particolarmente nel guardare questi ritratti, quasi sempre in primo piano, è l'assoluta compostezza, che sfiora l'immobilità dei bambini. Mi sono sembrati adulti, in poche parole: quarantenni tristi e disillusi nei corpi e nei volti di bimbi di 8 anni. Potrei tranquillamente immaginarli sul lettino dell'analista, coi loro sguardi interrogativi e allo loretta_lux_3stesso tempo sfuggenti. Piccole spose, piccoli professionisti, piccoli aristocratici. Niente sogni, niente spensieratezza,  niente ingenuità. I bambini sono anche questo; la fotografa può aver ricreato gli sfondi, “inventato” le luci, illuminato gli occhi, ma gli sguardi non si possono inventare, né modificare: bisogna solo osservarli e comprenderli, se possibile.

Scritto da: AnnaM

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martedì 19 ottobre 2010

Buono come una foto!

Alessandro Guerani è un fotografo...no iniziare così è banale. Alessandro Guerani è un fotografo con la Guerani_1 passione per il cibo, meglio. Alessandro Guerani è un “foodografo”: ecco ora ci siamo. Sì perché l'amore per i sapori e quello per l'arte vanno talmente di pari passo in lui che se cucina come fotografa sarà la delizia degli amici e la croce per la bilancia della fidanzata (ammesso che la fidanzata sia a dieta da quando ha 16 anni, come me).

Nato nella Bologna degli anni di piombo, finiti gli studi in storia dell'arte medievale e rinascimentale si dedica alla fotografia professionale, prediligendo poi i lavori di still life e food, a cui alterna servizi di street photography.

Le sue foto sono talmente “buone” che fanno venire l'acquolina in bocca, si vedono proprio il divertimento e la cura dell'autore. Chi guarda è talmente incuriosito dalle composizioni originali e a volte insolite (vedi i ghiaccioli nei bicchieri) che non “si accorge” del fatto che la luce è studiata nei minimi dettagli e messa a punto in post-produzione, che le superfici d'appoggio non sono mai casuali, che ogni colore è finalizzato alla gradevolezza dell'insieme. Ma guardiamo “dentro” le foto: l'immagine n.2 non vi sembra raffigurare un gruppo di amici, un po' vanitosi, vestiti a festa per la foto ufficiale? I Guerani_3 carciofi ben disposti nel loro secchiello, come un mazzo di rose appena colte, il finocchio come un ragazzino felice col ciuffetto ingellato e le braccia alzate a feste. Le carote che, poverine, non si reggono in piedi, cercano di sedurci sdraiate, mostrando la folta chioma di foglie. Li sostiene un supporto di legno, che da tavolo si trasforma in palcoscenico. Insomma una composizione che ha qualcosa del ritratto, una natura che è tutto fuorché morta.

La “foodografia” mi diverte (mi sa che si vede), ne sono già fan! E voi?

Scritto da: AnnaM

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domenica 17 ottobre 2010

Ridere, ridere, ridere... – Joan Fontcuberta

Joan Fontcuberta – Fotografo

Chi è Joan Fontcuberta? È un fotografo. Non basta: è un maestro di fotografia e di manipolazione fotografica... al servizio dell'ironia, ecco questa definizione mi sembra adatta. Perché la componente essenziale del suo lavoro è l'ironia, chi non possiede sense of humour difficilmente capirà le sue foto. Nato in Spagna nel '55 ha dichiarato che i 20 anni passati sotto la dittatura franchista l'hanno reso scettico di fronte ai concetti di “potere” e “autorità”. Questa prospettiva e questo modo di porsi nei confronti dell'arte e della vita saranno la guida della sua carriera: dai primi esperimenti, al suo lavoro negli Stati Uniti, alla fondazione della rivista Photovision.

Entriamo nello specifico: prenderò in riferimento 3 dei suoi servizi più famosi:

Fontcuberta_ Ritratto_ufficiale_di_ Ivan_Istochnikov - Scherzi della natura (1982-87): la più grande presa in giro del blasonatissimo National Geographic, il viaggio in una flora e una fauna inesistenti, dove un improbabile esploratore ci accompagna nella scoperta di creature altrettanto improbabili ma a volte perfino tenere.

- Sputnik (1996-98): la ricostruzione fotografica della missione spaziale a bordo della famosa navicella russa, in cui Ivan Istochnikov scomparve. Nelle foto vediamo la navetta, i pianeti (mai diremmo che sono immagini costruite a tavolino, anzi a camera oscura) e... anche Ivan, o meglio, il viso di Fontcuberta nel corpo dello sfortunato astronauta. Simpatico, molto divertente, ma ci porta anche a una riflessione un po' amara: quello che vediamo in foto è sempre vero? Possiamo fidarci, soprattutto quando sono gli “organi istituzionali” a propagare informazioni?Fontcuberta_Scherzi_della_natura

- Miracoli&Co. (2002): qui veramente se non ridete, siete fatti di marmo o di perbenismo. Nell'epoca in cui alcuni si rifugiano in una fede che non conoscono bene, c'è il rischio che essa diventi fanatismo, superstizione, gusto per il paranormale. Il fotografo “racconta” di essersi infiltrato nel monastero di Valhamonde, una comunità religiosa ortodossa fondata da più di dieci secoli in una regione remota della Finlandia. L’autore riporta la storia del monastero, luogo d’accoglienza per tutto quel che si ritiene strano ed esoterico, una sorta di Hogwarts per “apprendisti messia”. Certo non si può negare la vanità di Fontcuberta_Miracolo_della_clorofiliazione Fontcuberta: lui è il soggetto di ogni foto, l'autore di ogni miracolo.

Ancora oggi Fontcuberta continua a prendersi/ci in giro con i suoi lavori folli e tecnica magistrale; è stato accusato, nella sua carriera, di essere come il mago che si compiace di svelare i trucchi a un pubblico troppo credulone e anche un po' stupido, che quindi non viene da lui molto stimato. Io penso che sia proprio il fotografo il primo “bersaglio” della sua ironia e il ricordarci di non credere a tutto ciò che si vede è una lezione che non si finisce mai di imparare: “In short, there is the debate about the imagination's limits concerning the forms of the natural world”.

Scritto da: AnnaM

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giovedì 14 ottobre 2010

Il suono di una foto – Alessandro Villa

Alessandro Villa è un giovane fotografo milanese. Mi ha incuriosito il suo sito innanzitutto dal titolo: "No Face", paradossale, mi sono detta, per una galleria di immagini, in cui la alessandrovilla1 maggior  parte è costituita da ritratti. Ancora più paradossale, forse, il suo nick name per il mondo virtuale: “un suono”: le foto non “suonano”, direbbero i profani, e se suonassero, aggiungo io, forse farebbero più rumore delle sue immagini così “statiche”. Esistono foto “che si muovono?” osserverebbero sempre i profani; accidenti se esistono, ma di questo parleremo un'altra volta.

La mia personale e discutibilissima opinione è che “no face” sia il modo in cui il fotografo cerca di comunicare l'intenzione di non fermarsi al viso di chi è ritratto ma andare oltre, sbirciare nell'esistenza di quelle persone. Ascoltare i loro occhi: pieni o vuoti di speranze, le loro stanchezze, le loro paure, espresse nel modo più naturale e non nascondibile: mentre lavorano, mentre faticano o mentre si annoiano. E a ognuno corrisponde “un suono”: uno solo, non una colonna sonora; un istante, un secondo, come istantanee sono queste riprese, anche se sembrano “paralizzare” in uno spazio fuori dal tempo i protagonisti ritratti.alessandrovilla2 Quello che colpisce immediatamente di queste foto è lo sguardo delle persone, che attira immediatamente il nostro di sguardo. Con una sapiente conoscenza della luce e delle tecniche di post-produzione, Alessandro aumenta la  brillantezza del viso e degli occhi, contemporaneamente però, l'uso della luce fredda distanzia i soggetti, li “congela”: sembrano quasi statue viventi, figuranti, che aspettano di essere ritratti da qualcuno che si accorga di loro. alessandrovilla3 Mi hanno ricordato i lavori di due artisti: i Voom Potraits di Robert Wilson, che sono video-ritratti molto più onirici di questi e che ritraggono personaggi del jet set, la comunanza a mio parere sta nella fissità delle pose e degli sguardi e nel porre i soggetti in un “mondo a parte”, di fianco a quello reale. Il secondo riferimento sono i ritratti Close up di Martin Schoeller: anche qui troviamo celebrità, mostrate però nella loro cruda realtà: né una ruga, né una piega del viso, né una sbavatura è ritoccata dall'artista, così come Alessandro Villa non fa nulla per “artisticizzare” questi persone, per renderle eteree o “elevarle”, le ritrae così come sono, nell'atto di esercitare il loro mestiere. Esattamente come fotografare è un mestiere. E il “mestiere”, nel suo senso più puro, è arte.

Scritto da: AnnaM

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martedì 12 ottobre 2010

Il mondo di Giorgio Sandrone

Quando si guardano fotografie come queste generalmente si hanno sensazioni di due tipi.sandrone 1 La prima, di solito di chi “bazzica” la fotografia, è simile a quella che hanno le alunne di una scuola di danza classica quando vedono ballare la maestra, subito si disegna sui loro visini l'espressione “Ohhhhhhh” e, senza dirlo, “Riuscirò mai anch'io a farlo?”. La seconda invece, che spesso appartiene ai “fotografi della domenica”, si traduce nell'affermazione: “Cosa ci vuole? Basta mettersi nella giusta posizione, sandrone 2 con la giusta luce e la giusta attrezzatura” e concludono con il perentorio, stra-ripetuto ed eterno: “Lo saprei fare anch'io!”. Bene, sappiate che (esclusi i casi di banalità fotografica conclamata), quando si pronuncia questa frase – ed è capitato a tutti – probabilmente si è di fronte a qualcuno che il suo mestiere lo sa fare per davvero. Innanzitutto qui si nota una capacità tecnica indiscussa: la messa a fuoco, l'esposizione, l'apertura del diaframma, la temperatura del colore, lo studio della composizione sono curati con meticolosità e professionalità. Provate a fare una sandrone 3 foto in cui è dominante il blu o il viola, vi sembra così semplice? Le sue immagini paesaggistiche - perché a mio parere è il paesaggio il punto di forza di questo fotografo – ispirano silenzio, meditazione, pace, quanto e forse anche più di ciò che sentiva lui al momento dello scatto.

I fiori, poi, “divisi a metà”, visti di ¾ o leggermente dal basso mi sembrano quasi ritratti di donna, di cui si possono sentire il profumo e la freschezza. Guardate il suo sito e... gustatelo!

Scritto da: AnnaM

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sabato 9 ottobre 2010

Tutto questo parlare di foto mi ha messo fame...

Avevo “scovato” questo servizio tempo fa sul sito “Milano Città Aperta”, mi ha incuriosita per l'originalità del tema scelto e quindi ho deciso di farne un articolo.A. Zeni, Alessandro e Gianluigi La fotografa si chiama Ambra Zeni, laureata in comunicazione ed ex frequentante del corso di fotografia dello Ied (Istituto Europeo di Design di Milano). Proprio questo progetto, di cui vado a parlare, è stato il suo elaborato finale al corso: “Famiglia che vai, frigo che trovi”. Simpatico come nome no? Chi non è stato “affascinato” almeno una volta da ciò che si trova in frigo? Magari di notte, in estate, quando ci si alza in preda al famoso “buco allo stomaco” e nel buio si apre questa porta che dà su una luce consolatoria e da cui esce un fresco rigenerante? Bhe a me è capitato e A. Zeni, Giuliano non sono l'unica, questo ragazzo addirittura parla col cibo! La Zeni ci ha fatto un servizio fotografico sull'argomento: non sul frigo, ma sulla gente che lo riempie e riempiendolo ci mette anche un po' di sé, del suo stile di vita, di come pensa, ma avete mai pensato a quante cose si possono capire di una persona guardando dentro il suo frigo?

Ma bando alle ciance, parliamo delle foto: che dire? Bella luce, che riempie bene lo spazio, bei colori – tenui, “casalinghi” – un servizio ordinato: ogni immagine è divisa in due parti: famiglia/frigo. Famiglie “normali” (con tutte le “ che volete): genitori con tre figli e il cane che stanno insieme solo aA. Zeni, Debora, Luciano e figli cena, coppie di universitari che si ritrovano a condividere l'appartamento e poi magari diventano amici per la vita, famiglie allargate, famiglie ridotte al “minimo sindacale”: persone, persone come noi: salutisti, divoratori di carne, single che non sono mai a casa, detestano cucinare e nel loro frigo trovi solo birra e superalcolici. È come uno specchio, in cui vediamo le nostre debolezze: compri un sacco di verdure, di ogni tipo, ma poi non resisti e intingi il dito nella nutella, confessa! Sgridi i tuoi figli se non finiscono il minestrone, ma poi, quando la casa è in silenzio, un bel panino imbottito di prosciutto, wurstel e maionese non te lo toglie nessuno! Secondo me è con questo spirito che va preso questo lavoro, che ci “smaschera” e... a proposito di maschere: ditemi che non vi ha fatto sorridere la mascherina per il viso nel frigo della coppia gay!

Scritto da: AnnaM

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mercoledì 6 ottobre 2010

Impressioni personali – Fotografi - Mostre

Per una Novarese di nascita a cui la vita di provincia sta stretta, Milano non è una città, è LA città. Per una persona che ha cominciato ad amare la fotografia quasi prima di cominciare a scrivere, Forma, fondazione per la fotografia – appunto a Milano – è da qualche anno un'istituzione, o per lo meno, un punto di riferimento.

In questo post vorrei parlare (in controtendenza rispetto a una legge del giornalismo) di due mostre già Stern_Merilyn_Monroe concluse e imballate, le ultime che ho visto a Forma: Phil Stern, Sulla scena e Erwin Olaf, Vite private. Ciò che mi ha colpito è proprio il fatto che si sia deciso di esporle contemporaneamente, nello stesso periodo e in sale contigue. Perché? Non sono nati nello stesso periodo, né nello stesso luogo (statunitense il primo, olandese il secondo), ma soprattutto diametralmente opposti nello stile. Certo, due grandi maestri, su questo non si discute, ma maestri di scuole diverse: Stern “insegna” reportage, Olaf ha fatto del ritratto posato e della costruzione dell'immagine il suo vero punto di forza. Quanto le Marilyn Monroe e i Louis Armstrong del primo sembrano “più veri del vero”, tanto le casalinghe, i boy-scouts e le ragazze pon pon del secondo hanno un cheerwin-olaf-the-kitchen di artefatto, di surreale, quasi di “finto”. Paradossale, no? Perché è il fotografo americano a mostrarci personaggi appartenenti al jet set holliwoodiano degli anni '50-'60, eppure li propone lontani dalle luci della ribalta, nel “dietro le quinte”, dove possiamo intravvedere i loro sguardi spontanei, le risate, ma anche le insicurezze e fragilità; ce li mostra, insomma, nella loro umanità. Al contrario Olaf raffigura momenti quotidiani, comunissimi, eppure è come se fossero “congelati”, fissi in un'espressione enigmatica, come esseri venuti da un altro pianeta e arrivati lì per caso. Davanti alle foto di Stern ci sembra di essere avvolti dall'atmosfera di un famoso locale jazz newyorchese o in una pausa sul set di Gioventù bruciata. Guardando le foto di Olaf abbiamo una sensazione strana: “Si vede una signora in una cucina...Bhe in realtà sembra un'attrice che recita la parte della casalinga in un set che riproduce una cucina”. Si potrebbe dire che Stern rende i personaggi persone, Olaf traveste le persone in personaggi.

Tutto questo mi ha portato a una riflessione più ampia su ciò che si intende per “fotografia”: nell'opinione comune ciò che è “fotografato” è sinonimo di ciò che è “reale”, se non è dipinto o prodotto di una manipolazione a computer come può essere finto o immaginario? Eppure queste sono entrambe fotografie ma sono così essenzialmente diverse, ma potremmo affermare che uno dei due “mente”? Forse, sottolineo, forse, “fotografare” non è “solo” scrivere con la luce, ma scrivere con la realtà.

Scritto da: AnnaM

lunedì 4 ottobre 2010

Questa è luce per Nate Bolinger – Fotografo

Nel mio post di inaugurazione ho pensato di proporre un fotografo freelance inglese di cui seguo i progetti da anni ormai, ma della cui vita so ben poco, data la sua grande riservatezza che lascia trapelare Figura 1_nate_bolingerpochissime informazioni personali. Probabilmente sceglie di lasciar parlare le immagini al suo posto. Si chiama Nate Bolinger, per i frequentatori di Flickr è Natebol e per gli internauti in genere è l'autore di un blog dal nome decisamente appropriato per chi ama la fotografia: It is light. All'interno del sito troviamo le varie sezioni che corrispondono ai temi di maggior interesse di Bolinger: il paesaggio, le persone, i bambini, le automobili e l'architettura urbana. Due elementi mi hanno colpito in particolare nei suoi lavori: innanzitutto l'eclettismo, la capacità di dedicarsi con eguale originalità alla fotografia di paesaggio e al ritratto, al colore come al b/n, cosa piuttosto rara, sia negli amatori che nei professionisti, i quali tendono a specializzarsi in un particolare genere;Figura 2_nate_bolinger in secondo luogo l'uso della luce, così studiato e preciso, che diventa protagonista assoluta o co-protagonista e che porta l'immagine a mostrarsi come un gioco di pieni e di vuoti. Guardiamo per esempio Bubbles (f.1) : una diversa disposizione delle nuvole o un diverso contrasto avrebbero dato molto meno risalto alle bolle, producendo un'immagine molto più scontata. Oppure Heaven over Jemez (f.2): certamente potrebbe essere confrontata con uno degli Equivalents di Stieglitz, ma qui le parti scure danno un senso, a mio parere, di maggiore “aggressività”, piuttosto lontano dall'atmosfera di tranquillitàFigura 3_nate_bolinger che si respira nelle foto dell'artista statunitense. Infine diamo uno sguardo a Yell (f.3): come spesso nei  ritratti, il nero “imbottito” che fa da sfondo non è solo funzionale, ma decisamente necessario per far risaltare il volto del bambino, la luce cresce poco a poco fino a focalizzarsi sulla bocca, per far esaltare l'espressione inusuale e non proprio felice del piccolo modello. Scatti semplici che illustrano momenti di vita semplici, a mille miglia di distanza dal deserto della banalità.

Scritto da: AnnaM

lunedì 13 settembre 2010

Sfondi - Wallpaper

Immagini rane colorate

Rana colorata Rane buffe

Sfondi - Wallpaper

Wallpaper frog – ironman a colori

Frog - ironman

Immagini bianco e nero

 037001 

Ovviamente non sono mie queste foto, se il proprietario volesse richiedere la rimozione di alcune o tutte le foto in questione, basterebbe una mail o direttamente un commento sotto la foto da rimuovere. Grazie =)

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